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UN ANNO SENZA PINO

Rosario Dello Iacovo: “È muort ‘o Rre evviva ‘o Rre, ma tu eri un Re senza corona”

Identità, Musica, NapoliCapitale, Speciale Pino Daniele, Storia | 4 Gennaio 2016

pino giovanissimo

Quando un anno fa sei morto, io ho reagito con lo stupore che si riserva alla scomparsa di qualcosa che è sempre esista. No, anzi. Non eri sempre esistito, perché la prima volta che ho sentito una tua canzone era Je so pazzo, come sottofondo di un servizio della Rai. La scena che mi è rimasta impressa era girata dall’interno di una macchina che percorreva il vecchio svincolo della tangenziale, in direzione del casello del Corso Malta. Sarà stato il 1979 e avevo perciò tredici anni, quando sentii esplodere la veemente irriverenza di quel ritornello che conteneva una parolaccia e non somigliava a niente di quello che avevo ascoltato fino ad allora, nella mia breve esistenza. Mi procurai non so come le cassette registrate di Terra Mia e Pino Daniele, i suoi primi dischi, senza smettere di suonarle nel mio vecchio e piccolo Sharp mono a una sola cassa, che mi aveva permesso di avvicinarmi alla musica. Suonavo Pino, molto prima di scoprire che in realtà lo chiamavano Pinotto ed era cresciuto a Santa Chiara, alternandolo con Edoardo Bennato, gli Eagles, Bob Dylan, Neil Young.

La musica mi faceva viaggiare molto prima che iniziassi a viaggiare. Conteneva quel mucchio di sogni confusi che già allora mi rendevano inquieto e insofferente alla vita di quartiere, alle solite quattro strade sulle quali tanti miei coetanei sarebbero cresciuti, finendo per sposare la ragazza della porta affianco. E nemmeno mi bastava il panorama mozzafiato che, seppur da lontano, creava un contrasto stridente fra il Vesuvio, Capri, la Penisola Sorrentina, il mare, e il grigiore di un periferia che avrei chiamato Terzigliano. Di Edoardo Bennato, il primo vero idolo musicale della mia vita, sapevo che era un napoletano milanese. Cioè che era di Bagnoli – e lo sapevo perché suo padre e suo zio erano delegati di fabbrica della Fiom all’Italsider e amici e compagni di mio padre, che faceva invece l’operaio metalmeccanico alla Remington – però viveva a Milano. Infatti, Edo cantava quasi solo in italiano e nelle rarissime canzoni in napoletano non aveva certo quell’accento che avrei chiamato, anche stavolta anni dopo, napulegno. A me già allora piaceva Milano, anche se non ci ero mai stato. Mio padre mi diceva che c’era la nebbia, che il PCI era fortissimo e che era stata una città importante per la Resistenza.

Pino, anzi Pinotto, invece era proprio un’altra cosa. Sapeva essere profondamente popolare senza somigliare per nulla né alla canzone colta napoletana dei Sergio Bruni, né a quella più verace e plebea dei Mario Merola, ma nemmeno a quella irriverente di Carosone. Era un’altra cosa, eppure le conteneva in qualche modo tutte, stravolgendole ma mettendo d’accordo forse per la prima volta le molteplici anime di una città strutturalmente diastratica. Pino cantava di una Napoli nuova e inquieta che aveva vissuto il dramma del colera, eletto il primo sindaco comunista della sua storia e si apprestava a vivere la tragedia del terremoto del 23 novembre 1980. Raccontava storie di vita che potevano essere fatti di cronaca, ma avevano anche il dono del racconto universale, archetipico: il vecchio che ha perso la compagna di una vita e cammina vicino al porto aspettando la morte, l’omosessuale che è un bravo ragazzo, si sente donna e crede ancora all’amore; l’amore per la propria gente oltre l’oleografia della cartolina di Terra mia e Napule è. Un po’ quello che La Smorfia e poi Massimo Troisi stavano facendo su un altro versante del linguaggio artistico.

Poi Pino l’ho conosciuto. Prima indirettamente attraverso i racconti di Tommy, suo compagno di infanzia che oggi non c’è più e negli anni novanta gestiva il Frame a via Palladino, e Nello che di Pinotto era il fratello. Infine me lo ritrovo davanti in carne e ossa a Roma nel backstage del 1 Maggio 2001, quando chiude la serata con i 99 Posse – gruppo con il quale lavoro più o meno da sempre – praticamente senza riuscire a spiccicare parola. Chi mi conosce sa quanto io sappia essere loquace e per nulla intimidito a parlare anche davanti a platee molto ampie, ma lui era Pino Daniele. Era un’altra cosa. Mi limito ad abbracciarlo, dicendogli semplicemente: Pino’ si ‘o Rre, anche se ho smesso di seguirlo come un tempo, anche se i suoi dischi nuovi non mi piacciono come i primi, anche se nel frattempo quel ragazzino di tredici anni è cresciuto, passando per Milano, Londra, il Punk, gli squat e i centri sociali.

E perciò così che voglio ricordarlo, oltre ogni tentazione agiografica, in contrasto con chi dice che dopo di lui a Napoli c’è stato il nulla, perché Pino stesso si farebbe una crassa risata. Lui che ha collaborato con tantissimi artisti e band delle nuove generazioni, fino a Clementino poco prima di andarsene per sempre. Attento alle novità e al fermento di una città dove aveva scelto di non vivere più, ma della quale era l’indiscusso Re senza corona. Ti voglio ricordare così, come una sera di quei meravigliosi anni novanta in cui ci illudemmo che ci stavamo riprendendo il mondo, con Tommy che al bancone del Frame che indicando un uomo al suo fianco, col sorriso furbo del vecchio scugnizzo napoletano, mi fa: ‘o saje a Nellino? È ‘o frat ‘e Pinotto. Riposate in pace guagliù, ovunque voi siate, figli di una Napoli che non ha mai smesso di essere Capitale.

Rosario Dello Iacovo

 

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Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 4 Gennaio 2016 e modificato l'ultima volta il 5 Gennaio 2016

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