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Un piccolo “Miracolo in libreria”: poche pagine, tante emozioni

Dicono di me | 12 Ottobre 2015

DICONODIME2015

“Miracolo in libreria”

Stefano Piedimonte

Edito da Guanda

7 Euro

“Miracolo in libreria”, di Stefano Piedimonte, più che un romanzo è “una piccola e graziosa matrioska”, formata da due racconti, indipendenti tra loro, ma legati da un gioco letterario, originale e ricercato.

Nel primo racconto, “Il libro scomparso”, Aldo, un libraio “tradizionalista”, con la sua libreria storica”Gagliardi” nel quartiere di Chiaia, si rassegna malvolentieri al trionfo del bestseller a discapito del “romanzo di nicchia” e spesso sfoga questa “frustrazione” da lettore consapevole, col suo fido assistente Gabriele, che però nonostante lo “capisca” non può che “accettare” la realtà e votarsi anche lui alle leggi di mercato.

 Così, un giorno, quando scompare dagli scaffali il suo “romanzo del cuore”, la sua “Bibbia personale”, in concomitanza con l’arrivo in libreria di una donna minuta, timida e con una cascata di capelli ricci, Aldo fa due più due e quella donna, ladra di libri ricercati, diviene anche ladra dei suoi pensieri.

Il secondo racconto è formato da alcuni stralci del libro scomparso nel primo racconto dell’autore: ” Il treno mancato” del fantomatico Giorgio Spinazzi.

In questo racconto, dallo stile Bukowskiano, due “amici per la pelle” ma estranei allo stato dei fatti, conosciutisi un mese prima, sono su un treno, con una “manciata di sogni e parole campate in aria” un “progettino” sulla terra del nonno e la speranza di tirare su qualche “picciolo”.

Poi la decisione del protagonista di saltare giù dal treno, senza spiegarsi con Nino, il suo migliore amico, almeno da un mese a questa parte, perché  ci sono delle cose che sono belle solo a pensarle, solo ad avercele in testa e che poi tra “le mani” si rovinano e allora bisogna scappare “per non appendersi” a un sogno e rovinare tutto.

Il “fil rouge” che lega i due racconti al di là del “gioco letterario” è da ravvisare proprio nei temi della “presenza e dell’assenza”, del “partire o restare”, della “realtà e della fantasia”.

In entrambi i racconti è “l’idea di un qualcosa” di non ben definito, di non delineato a prendere il posto di “comando”, c’è una vita da “pensare” per vivere in perenne movimento , estranei da conoscere, ma non troppo,  per non renderli “familiari” e perdere l’incanto, ci sono emozioni da esasperare per non farsi “fottere” dalla vita, sogni da idealizzare per non essere “schiacciati” dalla monotonia della realtà.

La fretta, la voracità di vita, ha portato anche alla chiusura delle librerie a favore di “squallide patatinerie” mordi e fuggi, tutte uguali, omologate, prive di originalità e così lontane dal piacere di “assaporare” un libro, a cosa serve leggere per “piacere”, per rilassarsi, quando la vita va vissuta così freneticamente?

Fermarsi a leggere un libro é sempre un atto di ribellione. Vuol dire piantare i piedi per terra e fottersene, prendersi gioco della propria finitezza. E questa è una cosa contro, assolutamente contro le mode, contro i tempi che corrono, contro le lancette dell’orologio, contro le cazzate.”

La frenesia di vivere, la voglia di emozionarsi, l’incapacità di “accontentarsi” porta i protagonisti di entrambi i racconti a “bruciarsi” con la realtà.

Da una parte il libraio, stanco di una monotonia rassicurante, cerca l’anima “affine” e si innamora di un’idea, ancor prima che di una donna, perchè “a chi si nutre di parole non è permesso il dono dell’oblio”, non ci si può adagiare.

“Sfiorarsi non è abbastanza; toccarsi neanche. Per questi uomini, per queste donne, la vita vera ha a che fare col cannibalismo. E’ tutto un mangiarsi, masticarsi, prendersi a pugni, stuprarsi a vicenda.”

Dall’altra parte una coppia di amici. Uno dei due decide per entrambi, decide di rendere eterno il loro sentimento di amicizia privando l’amico della sua presenza, saltando da un treno in corsa, decide di tenerlo vivo “scappando”.

“Pensai che l’idea di renderlo eterno costava un prezzo, e che questo prezzo era la sua assenza.”

Da una parte le aspettative, spesso  deludenti, dall’altra la capacità di non andare a fondo per non restarci male, “ingozzarsi” di emozioni forti per “vivere veramente”.

Racconti “agrodoloci” che fanno riflettere e appassionare, che scavano dentro con tatto, perché si sa, che per trovare una perla bisogna essere forti pur non perdendo la propria delicatezza.

Viviana Trifari

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 12 Ottobre 2015 e modificato l'ultima volta il 12 Ottobre 2015

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