mercoledì 23 ottobre 2019
Logo Identità Insorgenti

UNA POESIA DEL 1875

Le cascettelle: così i bambini partenopei festeggiavano i morti a Napoli

Identità, NapoliCapitale | 24 Ottobre 2018

Chi vò accattarese na  cascettella, pe sta a arrecogliere la mmarennella?
Nce staje ccà a spennere no tornesiello, Sta a contentarese lo guaglìonciello!
Cheste le ffraveca Ciccella mia, pe starle a ‘bbennere mmiezo a la via!
Co ccarte scevote da le quaranta, cheste t’azzeccano chi se nne vanta!..
Nc’è l’asso,  crideme, Nce sta no Rre, Sett’oro, ed autra Carta ccà nc’è!..
Ncoppa se spaccano pe le ggranelle, addo s’accostano Mane e mmanelle!..
E  fanno sentere Pò  lo rommore, chille che frisole danno de core!

E tutte diceno: Li muorte! Li muorte! Sotto a la pettola ‘cca che nce puorte
E tutte a smestere stanno lli ggente, lo ricco suggeco co lo pezzente!
E ognuno jenghere sta cascia fà! De rane e prubbeche senza contà!
E quann’è a ll’urdemo Ste ccascetlelle tutte te stracciano ninne e nennelle!
Zzò ch’arrecoglieno stanno a mmagnarse,  torrune ed autro poje p’accattarse!
E piezze fauze stanno a trovare, de chi, pe rridere, L’è state a ddare!..
Sà comme ròseca lo guaglionciello !.. Non lo ‘bbo credere lo poveriello!..
Ma, tutto è ‘nnutele, Accussì bbà, Sempe no truvolo ‘nce àve da stà!..

La poesia che vi proponiamo è tratta da un libro rarissimo e molto emozionante, perché dipinge in versi, rigorosamente in lingua napoletana, antichi e scomparsi mestieri della città di Napoli. E tra questi il venditore di cascettelle. La poesia, che ci siamo fatti tradurre in Italiano dalla nostra Teresa Apicella, è di Domenico Iaccarino e risale a quasi un secolo e mezzo fa, al 1875. Racconta del venditore di cascettelle, un’usanza purtroppo scomparsa che però siamo sempre in tempo a ripristinare. Accadeva nei giorni dei morti: i bambini con salvadanai di legno, cartone o latta a forma di bara, andavano in giro a raccogliere soldi. Poi quelle monetine o si usavano per acquistare “tavutielli” (i torroni dei morti) o si davano in beneficenza a quelle chiese come Santa Maria del Purgatorio ad Arco, dedicate soprattutto al culto dei morti.

La traduzione, dunque, suona così: Chi vuole comprarsi una cascettella, per raccogliersi la merendina? Spendi un tornesello, fai contento il guaglioncello. Queste le fa Ciccella mia, per venderle in mezzo alla via. Con carte scelte Dalle quaranta Queste t’azzeccano Chi se ne vanta! C’è l’asso, credimi, ci sta il Re, Sett’oro ed altra carta qua c’è! Sopra si spaccano Per le granelle (monete), dove si accostano mani e manine! E fanno sentire Poi il rumore. Quelli che denaro Danno di cuore! E tutti dicono: I morti! I morti! Sotto alla pettola, tu che ci porti? E tutta a dare denaro, sta la gente, il ricco venditore con il pezzente! E ognuno riempire Sta cascia fa Di grani e pubbliche (monete) Senza contare! E poi all’ultimo, queste cascettelle, tutte le stracciano, bambini e bambine! Ciò che raccolgono, si mangiano a sbafo,per comprarsi poi, torrone e altre cose! E trovano pezzi falsi, di chi, per ridere, glieli ha dati! Sai come rosica Il guaglioncello! Non lo vuol credere Il poverello! Ma tutto è inutile, così va, sempre del torbido ci deve sta’!

Di questa tradizione dei morti legata ai bambini racconta anche Gianfranca Ranisio nel libro “La città e il suo racconto: percorsi napoletani tra immaginario e reale” dove si spiega con dovizia di particolari e testimonianze d’epoca che le offerte servivano per le anime pezzentelle, per accendere loro un cero. Andavano, infatti, proprio alle chiese come quella del Purgatorio ad Arco. Ma altre narrazioni e testimonianze di allora ci informano che i soldi così raccolti venivano investiti in bomboloni e fili di liquerizia, torroni, franfellicchi e radici da succhiare… altro che scherzetto e dolcetto.

Racconta Ranisio che nel periodo delle anime del purgatorio, appunto il 2 novembre, c’era una vecchietta a Santa Maria Antesaecula che vendeva queste cascettelle, tutte dipinte di nero, con le testine da morto vicino e con la croce.

Delle cascettelle parla anche Eduardo in Filumena Marturano: “…ambo due e con tre figli da crescere, andai ad abitare al vicolo San Liborio, basso numero 80, e mi misi a vendere sciosciamosche, cascettelle p’’e muorte e cappielle ‘e Piererotta, ‘E sciosciamosche li fabbricavo io stessa e guadagnavo quel poco per portare avanti i miei figli…….Doppo vintun’anne, ‘e figlie mieie nun truvanno lavoro, se n’andaiene uno in Australia e duie in America e nun aggio avuto cchiù notizie. Rimanette io sola; io, ‘e ‘sciosciamosche e ‘e cappielle ‘e Piererotta.”

Su “Il Giorno” del 1 novembre 1904 ne da notizia anche Matilde Serao nel suo capomoscone. “Domani mattina, a Dio piacendo, saremo svegliati da un’orchestrina originale di strumenti non molto melodiosi, ma per compenso sufficientemente assordanti. Centomila scatolette di cartone, debitamente segnate col teschio tradizionale e le immancabili ossa incrociate, faranno risuonare per tutte le vie di Napoli, per tutti i vicoli, per tutti i cortili, per i pianerottoli delle nostre scale, i soldini che vi sono piovuti dentro, attraverso la sottile fenditura, ed il rullo di questo strano tamburino ci accompagnerà da per tutto, e, dovunque, un bambino, due bambini, dieci bambini ci affronteranno, ci stringeranno in mezzo, ci sgusceranno tra i piedi, agitando la cascettella e strillando in tutti i toni: “Signurì, ‘e muorte!”. E’ nel nome dei morti, che l’infanzia chiede la sua mancia, domani: è con questa invocazione pietosa che essa vi domanda il piccolo obolo. E gli occhietti vi interrogano ansiosi, e spiano le vostre mosse; e lampeggiano felici quando la vostra mano si tende, e l’obolo è dato: “Signurì, ‘e muorte!”. Oh, date pure un soldino a questi bimbi che ve lo chiedono gaiamente, agitando la cascettella crocesegnata, e si sparpagliano con un grido di gioia, quando sono contentati…”.

Un’immagine del 1975, (come quella in alto) segno che fino alla metà degli anni Settanta le “cascettelle” esistevano ancora.

L’ultima citazione, invece, è tratta da quel capolavoro che è “L’oro di Napoli” di Giuseppe Marotta, qualche decennio dopo (1947).

“Il 2 novembre i vicoli brulicano di bambini che sollecitano i passanti, in nome dei morti, a introdurre qualche spicciolo in certi loro bizzarri e funerei salvadanai di cartone fabbricati per la ricorrenza. Inutile dire che questo denaro non va poi speso in candele e fiori per i defunti, bensì in melagrane e dolci per gli stessi piccoli questuanti; e se finiamo per aderire ai loro perentori inviti è perché d’improvviso ci ricordiamo, trasalendo, che a Napoli muoiono troppi bambini. Quando muore un bambino i suoi parenti gettano dietro il carro bianco che si allontana manciate di confetti. Rimbalzano e rotolano sulla strada questi confetti di qualità scadente, porosi e grigiastri: innumerevoli coetanei del defunto accorrono e si accapigliano per raccoglierli, lasciando lembi di camicia e di pelle nella zuffa; ridenti e furiosi non sentono la morte che li chiama e li conta come la chioccia fa con i pulcini, ma sono pieni della necessaria dimestichezza con lei.

Nel cimitero di Poggioreale vidi un bambino. Seppellivano suo padre, e qualora quel bambino fosse nato e cresciuto in un’altra città si intende che i suoi parenti avrebbero dovuto lasciarlo a casa. Poteva avere 8 anni ed era nero come la pece; immobile in prima fila, mentre la cassa veniva sotterrata, mangiava un biscotto impregnato di lacrime. A un certo punto, Dio sa come, una incauta farfalla fu investita da una palata di terra e scomparve nella fossa che i becchini andavano colmando. Il bambino toccò la gonna di sua madre e disse: “Hai visto?”. “Sì” bisbigliò la donna, cessando per un attimo di piangere e accarezzando il figlio. Tutto era così naturale in quei volti e in quegli animi e in quelle parole come nelle nuvole bionde sulla collina, come nell’erba ravviata da impercettibili venti meridiani, come nei tavoli neri delle osterie che ai piedi di Poggioreale impazientemente aspettano gli orfani e le vedove; sì la morte è la più vera e la più antica cittadina di Napoli. Dice ogni momento: “Pagatemi il piacere di essere esistiti qui e non altrove” è una tassa di Dio, è presente nei sogni e nelle canzonette del popolo, può erroneamente sembrare che le si manchi di rispetto o che al contrario la si idolatrizzi, mentre i fondamentali rapporti dei napoletani con lei sono soltanto quelli di una sincera e civile parentela”.

Le foto, dal gruppo fb Napoli Retrò, invece, mostrano bimbi napoletani con le cascettelle nel 1975, un secolo dopo la poesia. Segno che fino a pochi decenni fa le cascettelle esistevano ancora. Poi Halloween e la globalizzazione le hanno spazzate via…. ma noi ci proviamo sempre e comunque a recuperare tradizioni e identità ed è per questo che anche quest’anno continuano le storie su questa nostra storia dimenticata delle “cascettelle”.

Lucilla Parlato

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 24 Ottobre 2018 e modificato l'ultima volta il 8 Dicembre 2018

Articoli correlati

Identità | 17 Ottobre 2019

IL RACCONTO

Portalba, una storia di dita annerite

Beni Culturali | 16 Ottobre 2019

POGGIOREALE

Ogni anno verso il 2 novembre piangono gli illustri: tombe di Gemito, Viviani, E.A. Mario tra oblio e incuria

Identità | 15 Ottobre 2019

AL MERCADANTE

Napoli Mon Amour diventa testo teatrale con la regia di Rosario Sparno

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi