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Uocchie ca rraggiunate: per una madre che merita rispetto

#Napoliammoremio | 8 Aprile 2015

NAPOLIAMMORE2015

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Uocchie c’arraggiunate – Parole di Alfredo Falcone Fieni – 1904 – Musica di Roberto Falvo.
(Ed io che pensavo fossero parole di Eduardo…)
St’uocchie ca tiene belle,
lucente ccchiù de stelle,
sò’ nire cchiù do nniro
só’ comm’a duje suspire…
Tutta colpa di mia madre. Io e la maestra abbiamo passato ore e ore a vedere e rivedere le commedie di Eduardo, serate su un divano riscaldato da una coperta di lana che correva dalle nostre gambe alla stufa elettrica, serate in cui il tempo rallentava e i paradossi del maestro, filtrati dalle spiegazioni della maestra, mi insegnavano un mondo in cui il dubbio era una religione fondata sull’amore.

E in queste serate, ogni volta che riguardavamo “Gennariello”, la maestra mi diceva che “Uocchie c’arraggiunate” era la sua canzone preferita perché era la canzone preferita di suo padre, un operaio che l’amianto di Bagnoli aveva tolto con troppo anticipo ai suoi quattro figli.

E poi, forse, aggiungeva che l’aveva scritta di suo pugno Eduardo.

Il nonno, mamma + Eduardo … e “Uocchie c’arraggiunate” si è presa un pezzo del mio cuore.
E invece l’ha scritta un giovane avvocato, Alfredo Falcone Fieni, innamorato della sua Concetta

Ogne suspiro coce,
ma tene ‘o ffuoco doce…
e, comme trase ‘mpietto,
nun mme dá cchiù arricietto.

Una canzone d’amore, di una sensualità svelata, in cui il sospiro penetra nelle pieghe dell’anima e ne brucia per sempre ogni speranza di serenità. Ma nelle nostre serate sul divano diventava un momento di celebrazione dell’amore di una figlia per suo padre. Il cuore funzione così, vede ciò che vuole quando vuole.

E chi ve pò scurdá,
uocchie c’arraggiunate
senza parlá?
Senza parlá?

E pure il mio funziona a modo suo, forse per colpa della maestra.

Stasera”uocchie c’arraggiunate” mi fa pensare a una madre che consegna a suo figlio un mondo da amare, a una madre che insegna la vita al suo cucciolo stringendolo a sé e guardando, insieme, nella stessa direzione.

Stasera “uocchie c’arraggiunate” mi fa pensare a una madre a cui un figlio, la sua vita, il suo amore, è stato strappato via da una violenza senza alcun senso. Una madre che ha tirato fuori dal suo cuore parole d’amore per dare senso a un dolore che non posso nemmeno provare a immaginare senza rischiare di smarrirmi nelle lacrime.
Una madre che qualche giorno fa qualcuno ha chiamato “zoccola” affermando che stia lucrando sulla morte di suo figlio.

Qualcuno che, evidentemente, ha “familiarità” con la parola zoccola, qualcuno che, molto probabilmente, è cresciuto con una madre che potrebbe arrivare a lucrare sulla sua stessa morte, qualcuno che ritiene possibile che una madre sopravviva a un simile tragedia e che pensi di trasformarla in un’occasione per arricchirsi.

Qualcuno così non è mai stato su un divano con sua madre a sentire “uocchie c’arraggiunate”.

Qualcuno così, ancora una volta, passata la rabbia, mi fa profondamente pena.
A me guardate sí…
e státeve nu poco,
comme dich’i’…
comme dich’i’…
comme vogl’i’!

E adesso chi glielo dice alla maestra che non l’ha scritta Eduardo?

p.s. La canzone meritava una parafrasi migliore e all’altezza della sua liricità. Ma anche Antonella Leardi meritava un rispetto e una tutela all’altezza della dignità e della maturità mostrata nell’affrontare il suo dolore, una dignità che non ha mai alimentato la rabbia di chi voleva vendetta e che non ha mai prestato il fianco ad alcun tipo di strumentalizzazione. Antonella Leardi meritava il rispetto di uno stadio che avrebbe dovuto invocare il suo perdono e la giusta tutela da parte di chi, per dovere, era tenuto ad impedire che l’ottusa e offensiva vergogna di quegli striscioni ferisse nuovamente quel che resta del suo cuore. Alla maestra e Antonella lascio il più forte dei miei abbracci per tutto quello che mi hanno insegnato e che mi stanno insegnando sull’amore.

Francesco Paolo Oreste

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 8 Aprile 2015 e modificato l'ultima volta il 8 Aprile 2015

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