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VERSO LO SCIOPERO SOCIALE

Il possibile percorso per costruire la battaglia di una generazione precaria

Battaglie, Italia, Lavoro, NapoliCapitale, Precariato | 17 Ottobre 2014

sciopero sociale

La precarietà nel nostro paese è un fattore assolutamente strutturale rispetto al mercato del lavoro. E’ questo il dato da cui partire quando si affrontano questioni come il lavoro, la disoccupazione e l’inoccupazione, tematiche condite di una insopportabile retorica quando a parlarne sono la stampa mainstream o la politica.

Il tema caldo del momento è sicuramente il #JobsAct promosso dal governo Renzi, con cui il premier punta a “risolvere” la questione occupazione nel nostro paese; non ci vuole un mago per capire che non solo non ci saranno risposte ma che dietro quest’ennesimo proclama si nasconde qualcosa di ben più preoccupante.

Ma andiamo con ordine: aldilà di quello che può dire il nostro premier, il jobs act in realtà non dice niente di nuovo, fotografa una condizione già data rispetto al rapporto tra capitale e lavoro in Italia. Oggi siamo alla fine di un processo di erosione dei diritti conquistati dalle generazioni precedenti la nostra, partito alla fine degli anni ’90 dal pacchetto Treu passando per la terribile legge Biagi.

Due azioni politiche che hanno aperto alla precarizzazione di massa di migliaia di persone in questo paese. Siamo di fronte ad un mercato del lavoro, che somiglia ad una jungla dalla quale è impossibile uscire indenni. Quarantotto forme contrattuali, utilizzo indiscriminato delle partite iva e possibilità di licenziamento a discrezione delle aziende (soprattutto in quelle con meno di 15 dipendenti) mettono bene a fuoco qual è lo stato dell’arte sui luoghi di lavoro; se a questo uniamo l’assenza di ammortizzatori sociali adeguati, l’inesistenza di una qualsivoglia forma di reddito o di sussidio per i disoccupati e gli inoccupati ci rendiamo conto che parlare di “riforma” rispetto al Jobs è quanto meno ridicolo.

Se vogliamo entrare nel concreto basterebbe guardare a ciò che succede con Eataly a Firenze o nella “nostra” Pomigliano dove Marchionne non ha avuto bisogno di nessun #JobsAct per imporre un piano che va apertamente a togliere tutti i diritti conquistati con lo statuto dei lavoratori.

Il processo messo in campo da questo governo punta semplicemente a sancire che la flessibilità e la precarietà in Italia non sono solo prassi ma anche legge dello Stato, che da gennaio in poi questo paese sarà ancora piu affidabile in termini di macelleria sociale e che Renzi potrà barattare la pelle di milioni di persone con i fondi strutturali europei e lo sforamento del 3% del pil, vero oggetto del desidero della classe dirigente italiana.

Nel fotografare la situazione è ovvio che vengono fuori anche punti davvero critici, tutto quello che è successo e tutto quello che sta ancora avvenendo non vede nessuna forma di opposizione nel paese.
Che ci siano migliaia di vertenze aperte è un evidenza, ma che non ci sia la capacità di riconnetterle in una cornice più ampia è ancora più palese. Ci troviamo di fronte alla proliferazione dei conflitti sui luoghi di lavoro nell’assenza più totale di una rivendicazione politica più generale di maggiore dignità per chi lavora e chi non lavora.

Non solo la politica ma soprattutto i sindacati hanno giocato un ruolo determinante (in particolare quelli confederali), completamente supini alle direttive che vengono dal mondo della politica e delle imprese, ormai trasformati in enormi carrozzoni di voti e di gestione di servizi. Dall’altro lato assistiamo all’incapacità dei soggetti oggi sulla scena sociale e politica di rappresentare un pezzo sempre piu consistente del mondo del lavoro, i precari.

Per la struttura del lavoro precario e per la sua intermittenza né le organizzazioni classiche né tanto meno quelle più conflittuali, come i sindacati di base, riescono ad intercettare e organizzare le migliaia di lavoratori precari che saltano da un lavoro ad un altro senza nessun tipo di tutela e nei periodi di inattività senza nessuna continuità di reddito: questa condizione ha prodotto una situazione drammatica che sta diventando per certi aspetti insostenibile.

A dispetto di quello che dicono Renzi e i partiti che lo sostengono, l’Ocse in un documento di qualche mese fa metteva l’Italia tra i primi posti tra i paesi europei con maggiore flessibilità. Questa notizia ci dovrebbe far trasalire, nonostante la stampa e i partiti al governo continuano a invocare maggiore flessibilità, lo studio dell’Ocse dimostra che le politiche messa in campo dall’Italia negli ultimi 20 anni non solo non hanno creato crescita e occupazione ma hanno prodotto solo precarietà.

Da anni in Italia attorno al tema della precarietà, associazione, centri sociali e collettivi politici provano a ragionare (con estrema difficoltà) attorno a possibili forme di organizzazione dei soggetti precari. La sfida è sempre stata ardua e non ha mai portato a grossi risultati tangibili in termini di diritti universali conquistati, ci si è attestati alla vittoria su alcune vertenze. Se in una prima fase (anni 2000) la scelta maggiormente pratica era quella della rappresentazioni del soggetto precario, con enormi parate ( vedi le MayDay di mezza europa) che provavano a mostrare quali fossero i volti di queste nuovo soggetto sociale, oggi si prova in qualche modo a ragionare attorno a modalità più classiche.

La nascita di alcuni comparti sindacali specifici , soprattutto da parte dei sindacati di base, con sportelli contro la precarietà e l’individuazione del terreno metropolitano come campo di intervento ricompositivo; il tema del reddito sganciato dalla prestazione lavorativa, come nodo centrale su cui aggregare le esigenze di migliaia di precari che altrimenti non riuscirebbero a farlo sui luoghi di lavoro, visto che cambiano datore di lavoro ogni 6 mesi o datore di lavoro non ne hanno proprio (vedi associazioni, terzo settore, autonomi, ecc.)

Partendo da questa esperienza in quest’anno diversi attori del mondo sindacale e del precariato metropolitano hanno provato a ragionare attorno ad un assemblea tenutasi a Roma questo settembre: lo strikemeeting.

L’esigenza era quella di provare a discutere tutti insieme, partendo dalle diverse forme del lavoro, su come dare una risposta alle politiche degli ultimi anni e mettere un argine al rullo compressore rappresentato dal governo Renzi. Il punto centrale della discussione, oltre alle condizioni oggettive di migliaia di persone, è come “fare male” alla controparte? Ovvero: come mettere in campo forme di lotta e di sciopero che sappiano provocare un danno al capitale finanziario pari a quello che le classi lavoratici degli anni 60/70 facevano con l’imprenditoria italiana dell’epoca e che riuscirono a strappare alla fine conquiste di portata storica?

Ma soprattutto come far partecipare allo sciopero chi sui luoghi di lavoro non c’è, gli autonomi, le casalinghe, gli studenti, i disoccupati, i migranti e i lavoratori a nero?

Da qui l’idea di lanciare lo Sciopero Sociale, che di per se anche nel nome tiene dentro due concetti ben diversi: parte dal concetto sciopero per parlare al mondo del lavoro classico e prova ad essere sociale tenendo dentro tutti quei soggetti che contribuiscono alla ricchezza sociale senza averne in cambio niente.

Lo sciopero sociale è un orizzonte a medio termine, non una scadenza in cui prendere “il palazzo d’Inverno”: è un tentativo di organizzare la forza lavoro precaria per strappare delle conquiste rispetto alla macelleria sociale in atto. A fianco allo sciopero abbiamo costruito dei laboratori tematici in cui discutere, in ogni città, sulle pratiche, i temi e tutto quello che dai territori può venire per migliorare la riuscita dell’iniziativa (a Napoli il secondo incontro è previsto presso il laboratorio Zero81 lunedì 20). Abbiamo anche individuato anche un calendario dell’autunno e una data, il 14 novembre , in cui mettere in pratica tutte le cose dette.

La sfida messa in campo non è sicuramente da poco ma per una generazione che non conosce ne diritti ne democrazia – fuori e dentro i posti di lavoro – è l’unica strada possibile!
#14n #ScioperoSociale #NetStrike

Giovanni Pagano

Laboratorio occupato Zero81

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 17 Ottobre 2014 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2017

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