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Vicarìa: giustizia e “ciorta”. Un giallo “Napoli” ma scolorito

Libri | 4 Giugno 2015

DICONODIME2015

Vicarìa -Un’educazione napoletana
di Vladimiro Bottone
Edito da Rizzoli, 19 Euro

La storia si svolge a Napoli nel 1841, il commissario Fiorilli si trova a indagare sulla scomparsa di un bambino, Antimo, ospite dell’Albergo dei poveri, più che una dimora per “nullatententi”, una sorta di prigione, per chi ci vive,  e l’uccisione di un monaco: Padre Aimone, detto Barbettone ‘e Santu Marco, un francescano con la  fama di riuscire, in certi casi, a dare i “numeri giusti”.

L’Albergo dei Poveri, progettato da Ferdinando Fuga per volere di Carlo III, un edificio imponente , dove secondo Bottone – che denota scarsa conoscenza storica – comanda il più forte, dove la legge è spartana e i deboli possono solo soccombere o tentare di scappare.

“Il Real Albergo dei poveri. Una cittadella autosufficiente, una città nella città. Un ricovero destinato ai vecchi inabili, alle donne perdute e all’infanzia che si perderà. Per i Napoletani è il Serraglio. Come a dire una specie di carcere. Un’opera mastodontica, nata con l’ambizione megalomane di risanare le sette piaghe cittadine. Quasi da subito, però, si è aggiunta ad esse diventandone l’ottava. Ottava e, come tutte le cose nate storte, ugualmente indistruttibile.”

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Bottone forse non sa che all’interno di questo edificio si trovavano numerose scuole e fabbriche, fiori all’occhiello della realtà napoletana e da esempio per il resto dell’Europa.

C’erano scuole di “lettura e scrittura”, scuole per sordomuti con tecniche all’avanguardia, e in contatto con scuole americane, francesi e tedesche, scuole di musica, che spesso ospitavano artisti di grosso calibro come Cimarosa o Bellini, fabbriche di chiodi, spilli, scuole per sarti e calzolai, manifatture di pietre del Vesuvio, scuole di fuso e cucito, fabbriche di cappelli e ricami, che spesso lavoravano su richiesta dei “Reali” , e tante altre realtà che impiegavano e formavano migliaia di “casi difficili”.

Giusto per onor di cronaca e sete di “giustizia”: la storia “vera” è questa.

Ora ritorniamo però alla narrazione dell’autore: la vicenda “cammina” tra L’Albergo dei Poveri e l’edificio della Vicarìa, un edificio dalla doppia faccia: sede del Tribunale ma anche luogo dove avviene l’estrazione del Regio Lotto.

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Questi due edifici seppure molto distanti come “concezione d’uso” sono vicini nel pensiero di una vita segnata dal destino e dalla fortuna.

Antimo è un “serragliuolo”, uno dei tanti “esposti” alla nascita, sulla ruota della Nunziata, uno tra tanti, ma non per il commissario Fiorilli che, ossessionato dai suoi incubi, non si dà per vinto e continua la ricerca di questa povera anima, colpevole solo di non avere avuto “fortuna”, uno tra tanti, ma non per Emma, un’inglese, di ottima famiglia, venuta a Napoli per “far fortuna” nel canto, e poi trovatasi ad essere appagata totalmente dai suoi alunni del Serraglio, a tal punto da non desiderare più nulla altro che poter loro insegnare e dare affetto.

I personaggi del romanzo ci offrono una visione “altalenante” della realtà, dove non sempre il ruolo che si ricopre nella società viene vissuto con rigore e lealtà, dove non sempre il bene che si professa è realmente messo in pratica.

De Consoli, il medico del reclusorio è un depravato senza scrupoli e con tendenze pedofili, il comandante Michele Florino, seppur prossimo alla morte perché sifilitico, non è per nulla misericordioso nei confronti delle povere anime, ospiti dell’Albergo, il consigliere Domianni è un abilissimo doppiogiochista , mentre figure cresciute forgiandosi “per strada” come Pennariello , uno sbirro con l’animo scugnizzo o Carolina una prostituta con un cuore che batte ancora, risultano più vere e sincere, proprio perché la legge di strada non ammette ipocrisia.

“Vita per vita. Sangue per sangue. Chesta è ‘a legge ‘e mmiezo ‘a via. Chesta è ‘a legge d’o Munno, guagliò”.

 

In Vicarìa emerge la Napoli dei contrasti, quella sacra e puttana, quella baciata dal sole ma infangata dalle crudeltà, quella dei poveri diseredati e del lusso nobiliare, quella della sorte e della “ciorta”.

E’ un romanzo che, nonostante le sue  “criticità” storiche succitate, ti scuote,  ti strattona, che respingi ma ti risucchia, che ti lascia incredulo, perplesso, pieno di livore ma anche “bisognoso di speranze”.

Attraverso una narrazione stilisticamente accuratissima, dal lessico “camaleontico” e con una dialettica precisa e puntuale: scarna e cruda o arzigogolata e ricca, a seconda dell’occasione, Bottone riesce a legarti alla storia e ai personaggi, riesce a farti sentire “sulla pelle” miseria e sfarzo, ingiustizia e bellezza, crudeltà e innocenza e attraverso il napoletano a “calcare” il lato torbido della vicenda ma anche il suo lato intimistico e onirico.

A un napoletano “vero”, che ama e difende la propria terra, a leggere questo romanzo, inizialmente, gli viene l’orticaria, Napoli è dipinta come il regno del male, della malavita, della corruzione, della sporcizia e dell’ignoranza, viene paragonata a Babilonia, al rantolo di un moribondo, a una carcassa in putrefazione, a una baldracca e persino a una fossa biologica, una città più “piagata” di Sodoma, con una mentalità omertosa, una città dove regna la “cazzimma collettiva”: un’allegria macabra; d’altronde i termini “Neapolis” e “Necropolis” non sono poi così diversi.

“Un inerme non conta nulla, in questa città dove la sopravvivenza viene garantita solo dalla tua pericolosità”. “Napoli aveva questo di bello. Che tutto era acquistabile, tutto era contrattabile”.

Col beneficio del dubbio, però, bisogna credere che, questo continuo sottolineare il primato del tutto negativo della città di Napoli, altro non sia che un artificio stilistico e dialettico dello scrittore, che attraverso immagini scarne e crude e un linguaggio spesso impietoso, voglia semplicemente “farci sporcare” le mani della realtà, così paradossale, che ci narra. Bisogna sperare che l’autore attraverso i personaggi di Antimo, del Commissario Fiorilli, di Emma e dello sbirro Pennariello, voglia mettere sul piatto della bilancia la faccia di Napoli che più ci appartiene, quella che combatte ogni giorno per la verità, quella che viene a contatto col fango ma non si fa sporcare, quella che non si rassegna e lotta nonostante sia cosciente che spesso “i grandi”, le istituzioni, non siano al suo fianco.

Soprattutto Emma, la forestiera che si lascia “stregare” da questa città e dalla sua gente, che riesce a sentirsi a suo agio solo al Serraglio, ridimensiona il pensiero “negativo” su Napoli, che viene esposto tra le righe di questo romanzo.

Emma pone Napoli al pari di grandi città, come Parigi e Londra, colpite a loro volta dagli stessi immancabili problemi per realtà così vaste. Parigi, prima ancora di Napoli fu colpita dal colera, scrive ai suoi familiari rimasti a Londra, così come la situazione di povertà, non tanto diversa da quella della nazione dei suoi cari, dove la prostituzione di White Chapel, non ha nulla da invidiare a quella dei vicoli partenopei.

Insomma, stessi enormi drammi per città distanti ma ugualmente “grandi”, e Emma ribalta del tutto la situazione trovando i lati positivi, che mancano in altre città europee: il clima e i prezzi economici di alcuni cibi, che permettono alla popolazione partenopea di non morire di freddo o di inedia, pur non avendo mezzi sufficienti a sostenersi.

Emma riesce a riportarci il lato “umano” della nostra amata città, riesce a farcela vedere sotto la sua luce di città splendente, ma troppo spesso maltrattata e sfortunata.

“Sempre questione di malaciorta e bonaciorta, a Napoli. Una perpetua quotidiana estrazione del Lotto. buona sorte ogni tanto, malasorte quasi sempre”.

Ancora oggi ci sono tanti “commissari Fiorilli” ma troppi “comandanti Florino”, ancora oggi è una continua lotta tra il bene e il male a Napoli, ma chi la ama, come le innumerevoli “Emma” , che si ritrovano puntualmente a difenderla da luoghi comuni e “parossismi eccessivi” , che si consumano molto spesso ai danni di questa città, sa che i problemi esistono e non bisogna negarli, ma sa pure che Napoli e la sua gente hanno grandi doti per essere una grande realtà, quello che serve è l’unione di persone comuni , che abbiano a cuore una città dove spesso “Paradiso e inferno songo una cosa”.

Quello che serve è ricordarsi che Vicarìa non è solo il regno della “ciorta”, ma soprattutto quello della giustizia, quello che bisogna sapere è che il “caso” serve a poco e non bisogna aspettarsi che le cose cambino da sole, come avviene “cu ‘e nummere”, ma bisogna scendere in campo per chiedere giustizia per un popolo molto spesso volutamente dimenticato.

Tutto sommato si direbbe che Bottone è un nostalgico, forse arrabbiato e deluso, forse uno di quelli che non perde occasione per “cantare peste e corna di Napoli, ma che di notte probabilmente sogna ancora la bellezza di Posillipo e gli odori e i colori della Pignasecca.

Bottone guarda la Mole Antonelliana, ma sotto sotto immagina e sogna il “Palazzo Reale”.

Viviana Trifari

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 4 Giugno 2015 e modificato l'ultima volta il 4 Giugno 2015

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