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Vincenzo Russo: l’ispirato poeta di “I’ te vurria vasà”

Ciento 'e sti juorne | 5 Aprile 2019

Oggi, 5 aprile, si celebra San Vincenzo Ferrer, conosciuto anche come “‘O Munacone” , un santo molto vicino al popolo napoletano nonchè compatrono della città. La leggenda narra che, nel 1836, la statua del santo spagnolo, portata in processione in occasione di un’ epidemia di colera, fermò miracolosamente  il contagio. La statua del santo è custodita nella Basilica di Santa Maria alla Sanità, nel ventre popolare di Napoli.

Il napoletano del giorno è Vincenzo Russo: l’ispirato poeta di “I’ te vurria vasà”.

Versi immortali

“Oje Marì, oje Marì, quanta suonno ca perdo pe’ ttè. Famme addurmì abbracciato nu poco cu’ ttè”

“I’ te vurría vasá, ma ‘o core nun mm”o ddice ‘e te scetá,.. I’ mme vurría addurmí  vicino ô sciato tujo, n’ora pur’i,’n’ora pur i… “

Sicuramente tra di voi, cari lettori, qualcuno avrà letto cantando questi versi immortali e struggenti.

Ma quanti conoscono la storia dell’autore, Vincenzo Russo, l’ispirato poeta di “I’ te vurria vasà” e “Maria Marì” ?

Umile figlio del popolo

Vincenzo Russo nacque il 18 marzo 1876 in una modesta e numerosa famiglia. Il padre ciabattino e la madre casalinga avevano poco da offrire ai propri figli; la casa umida e malsana fu causa delle precarie condizioni di salute di Vincenzo, ammalato seriamente fin da bambino, tanto che non riuscì neanche ad andare a scuola.

Ma la sua aspirazione era divenire poeta e, consapevole che il restare analfabeta non gli avrebbe consentito di realizzare il suo sogno, cominciò a frequentare corsi serali per operai e a maturare una discreta istruzione.

La morte del padre e le condizioni indigenti della famiglia, lo costrinsero ben presto a trovare lavoro come guantaio per contribuire al bilancio familiare mentre la passione per il teatro, non potendo pagare il biglietto, lo spinse a lavorare come maschera e buttafuori per alcuni teatri di varietà napoletani.

Questo alimentava il suo amore per la scrittura; provò diverse volte a partecipare alla Piedigrotta con alcune canzoni quali “Filumena Filumè” e “Napoli Napolì” ma con scarso successo.

Assistito o ispirato poeta?

La salute di Vincenzo, molto compromessa, gli impediva spesso di riposare. Si narra che la sera si aggirasse inquieto tra i vicoli di piazza Mercato per placare la tosse o che talvolta si risvegliasse dagli incubi nel cuore della notte, placando quelle che lui riteneva “premonizioni” scrivendo versi.

Questa inquietudine e l’aspetto malaticcio gli diedero la nomea di “assistito”; tale fama portò Eduardo Di Capua, autore de ” ‘O sole mio” nonchè incallito giocatore del Lotto, ad avvicinarlo per chiedergli dei numeri da giocare. Iniziò dunque, così per caso, una collaborazione che, anche se non portò cospicue vincite, si rivelò invece un sodalizio artistico di altissimo livello.

I successi

Gli artisti esordirono subito egregiamente, classificandosi secondi a Piedigrotta con la canzone “Chitarrata” ma il primo grande vero successo arrivò con “Maria Marì” edita da Bideri, che si assicurò la collaborazione dei due maestri.

Si dice che la fonte d’ispirazione di Vincenzo fosse Enrichetta Marchese, sua dirimpettaia e figlia di un ricco gioielliere. Il giovane poeta, innamorato della fanciulla, era consapevole di non avere speranze: troppo ricca e nobile lei, troppo povero e ammalato lui. Vincenzo non le dichiarò mai il suo amore, ma pare che, nonostante le differenze sociali, Enrichetta invece passasse spesso con la carrozza sotto la sua finestra solo nella speranza di vederlo.

Il 31 dicembre 1899, a cavallo del secolo, Vincenzo fu costretto a letto da una febbre altissima; il giorno dopo, Eduardo Di Capua, che aveva avuto un cospicuo anticipo dall’editore, riuscì a trascinarlo al Salone Margherita. Qui, all’uscita, Vincenzo gli passò un bigliettino con i versi di una canzone che sarebbe diventata una pietra miliare della canzone napoletana: “I’ te vurrià vasà”.

La fine

I successi continuarono: i due artisti vinsero una Piedigrotta e diedero vita a canzoni quali “Torna maggio” e “Canzona Bella” ma l’umile poeta, nonostante la fama, conduceva la vita di sempre lavorando come guantaio.

Col passare dei giorni, nonostante l’ottimismo e la voglia di scrivere, Vincenzo sentiva che la vita lo stava abbandonando. Le sue condizioni di salute peggiorarono; il colpo di grazia lo ebbe quando, affacciandosi alla finestra, vide la chiesa di piazza Mercato addobbata per un matrimonio. Pensando che la sua adorata Enrichetta si sposasse, se ne tornò a letto, scrivendo profeticamente “L’urdema canzone mia (tutto è finito)”, musicata postuma da Eduardo Di Capua.

Si narra che il biglietto con quei versi arrivò ad Enrichetta, che lo portò in un medaglione fino alla fine dei suoi giorni.

Vincenzo Russo, l’ ispirato poeta di “I’ te vurria vasà”, si spense appena ventottenne, l’11 giugno del 1904.

 Immortale

La struggente bellezza dei versi di “Maria Marì” e “I te vurria vasà” è ancora oggi, a più di un secolo di distanza dalla loro nascita, universale. Sono canzoni che galleggiano nel tempo, riproposte  dai più grandi artisti di tutti i tempi: da Massimo Ranieri a Roberto Murolo a Mina, nessuno ha potuto fare a meno di calarsi in quei versi malinconici e appassionati che camminano sottopelle, accompagnati da note delicate e impalpabili. Versi che creano un’atmosfera magica, trasportano in una dimensione parallela in cui la parola sposa la musica in una perfezione universale che arriva alle viscere e cancella per qualche minuto il rumore dei pensieri.

Nonostante la sua prematura scomparsa, Vincenzo Russo, l’ispirato poeta di “I’ te vurria vasà”, umile guantaio e poeta sublime ci ha donato liriche intramontabili, elevando la lingua napoletana a livelli di estrema bellezza e immortalità.

Monica Capezzuto

Un articolo di Monica Capezzuto pubblicato il 5 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 5 Aprile 2019

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