giovedì 19 settembre 2019
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VIVERE NAPOLI

Via Cervantes, ovvero: come dovrebbe essere il mondo

Integrazione | 13 Settembre 2019

Via Cervantes. Ovvero: il mondo come dovrebbe essere.

Napoli è un colabrodo di tufo. Acque e genti s’insinuano nei suoi pori spugnosi, ne vengono assorbiti e poi lasciati defluire a valle, in un eterno saliscendi di funicolari, pedamentine,
rampe, cupe, calate e pendini.

La città è una curva di loggioni teatrali, una vertigine ripida e obliqua, dove al Petraio puoi anche abitare in un basso, ogni mattina prendere il caffè seduto sull’uscio e da là guardare tutto il golfo, dal Vesuvio fino a Capo Posillipo, senza alcun ostacolo davanti.

Gradinata assiepata di vite, Napoli è tutto uno sciamare di prospettive da su a giù.
Dalle camminate sghembe e ubriache del prof. Renato Caccioppoli a Sant’Anna di Palazzo, fino all’antica, fangosa lava dei Vergini, è tutto un lento caracollare di acque e destini. Un sipario verticale. Perennemente alzato.

A valle, abbascio Tuledo, tutto si risolve e spalma nel brulichìo vociante di uno struscio eterno di impiegati, studenti, turisti, spiantati, avvocati, mamme, vrenzole e cazzilli. ‘A strada grossa raccoglie pause e mescola lingue, apre le cosce di vetrine sfavillanti e macchia i marciapiedi di chiazze di gelato caduti da mani di bambini che non piangere, mamma te ne compra un altro.

Qua, in un vicoletto dei Quartieri, mio padre mi comprò un Pulcinella, quando bambino lo ero io, in una vita che sembra un millennio di vite fa, in una delle nostre rarissime passeggiate insieme, serene, prima di vari terremoti, pubblici e privati. Fragorosi o silenziosi e striscianti.

Una città è le sue pietre, i suoi muri. Gli “attenta là che fra dieci passi s’inciampa”, le scivolate davanti a Leonetti giocattoli quando piove, i due palazzi storti all’imbocco di Via Simonelli che i terrazzi quasi si toccano, gli statt’ accort’ che i motorini che sbucano dalla Pignasecca corrono comm’ ‘e pazzi e nun guardano a nisciuno.

I veri padroni delle città sono quelli che ci camminano a piedi, che sanno ogni angolo, la crepa in quel muro, il basolo che traballa, il balcone dove gocciolano i panni e si sciulia, a che ora apre Spina e a che ora chiude Egidio, che ti ficchi dentro alle otto e mezza e, fra pile di scatoloni accatastati, già sai dove stanno le tue mutande preferite e te le prendi tu stesso: “Salvatò, posso?”, “Vai, vai, fa’ ‘mpressa, che stamm’ chiurenn”, il latte di mandorla da Pietruccio perchè sai che là costa venti centesimi di meno e, quando paghi, “Me lo ricordo sempre, a vostro fratello” e lui si commuove mentre ti da il resto.

E poi c’è la pace di Via Cervantes, un po’ più giù, accanto al Municipio, il Palazzo del Governo di Napoli Capitale, dove i francesi riunirono tutti i Ministeri del Regno e oggi lavora il sindaco. Non ricordo neanche da quanti anni vengo a chiudere il chiavistello delle mie giornate proprio qua. Anzi, sì me lo ricordo: dai primi anni ’90, da quando Bassolino la chiuse, con Via Verdi, al traffico, dando pace a strade che fino ad allora erano un brulicare di puttane, trans, papponi e spacciatori ogni sera e notte. Oggi è un’oasi di silenzio in pieno centro. Le panchine, gli alberi di carrubo, il Teatro San Carlo a due passi, il Castel Nuovo a portata di sguardo, la tomba di Don Pedro Alvarez de Toledo y Zuniga lì a portata di mano, dentro San Giacomo degli Spagnoli.

Intorno, una Napoli nuova, pulita, moderna. E sempre, ogni sera, una refola di vento che ha parvenza di carezza.

Con lo zaino pieno di cose, a fine giornata io mi siedo qua, sulla mia panchina. Ci rimango un’ora, a guardare le facce della gente che si ritira a casa e i bambini che giocano. Hanno colori, lingue e accenti diversi. Sono i nuovi napoletani, i miei nuovi concittadini. Vengono dal Senegal, dalla Cina, dalla Malaysia, dal Congo, dallo Sri Lanka. Sono bengalesi, capoverdiani, ivoriani. E sono bellissimi. A sciamare su biciclettine appena comprate, a lanciarsi palle da pallavolo o da cricket, a saltare elastici tesi e a giocare a moscacieca dietro gli alberi.

Le sorelle più grandi sorvegliano le bimbe più piccole, i ragazzi insegnano ai fratellini.
Credo di non averli mai visti litigare. Le mamme organizzano cibo e bevande sulle panchine come tavoli da picnic, i papà giocano a carte e scattano ad aiutare i bambini che cadono dai tricicli.

Vivono nei bassi fetenti di Porta Carrese, di San Carlo alle Mortelle, della Concordia. Passano le serate qui. Questo è il loro salotto. E lo tengono pulito. Ne hanno cura. Questa è casa loro, adesso. E sono i vicini più civili che potessi sperare di avere.

Dovreste vederli. I loro vestitini puliti, la loro dignità. Il decoro. Il rispetto. Verso gli altri e verso le cose, la bimba che viene a riprendersi la palla che mi è arrivata addosso: “Scusi tanto, signore. Grazie”. “Aspetta, vengo a giocare anch’io”.

Questa è la nuova Napoli. Nasce negli stessi luoghi dove mogli e mamme vestite di stracci venivano ad agitare i fazzoletti e le lacrime ai bastimenti che partivano, quando eravamo noi, a partire. Quando eravamo noi, i migranti. Loro, adesso, sono la nostra speranza. Il nostro futuro migliore. Il futuro a cui Napoli apre le braccia e insegna la sue lingua multiforme e mutevole.

E Via Cervantes è la mia idea di come dovrebbe essere il mondo.

Maurizio Amodio

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 13 Settembre 2019 e modificato l'ultima volta il 13 Settembre 2019

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