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VOCI DI NAPOLI

‘O diavolo è il nuovo disco di Francesco Di Bella: quando la musica è appartenenza

Musica | 29 Ottobre 2018

‘O cardillo è tornato a far sentire la sua voce. Vent’anni di carriera per Francesco Di Bella – celebrati con un tour d’eccezione – e un nuovo album che arriva a distanza di due anni da “Nuova Gianturco”.

Ma che cosa c’è in questi nove inediti che lo confermano tra i migliori esponenti del cantautorato rock? C’è tutto e il suo contrario, una duplicità che può essere incarnata da una sola figura: ‘O Diavolo . Titolo del disco e ispirazione, insieme estrema sensualità ed estremo nichilismo: sensualità intesa come godimento dei piaceri della terra, del cibo, dell’amore, della musica, del vino o dell’arte. Nichilismo da intendere come rinuncia a qualsiasi valore e responsabilità, in nome del solo piacere.

Abbiamo ascoltato il disco in anteprima – uscito per La Canzonetta Records, prodotto da Andrea Pesce con la collaborazione di Cristiano de Fabritiis e Alesandro Innaro – e chiacchierato con Francesco di Bella di maturità, sperimentazioni, mancanze. Di 24 Grana e influenze, di musica e politica. Ora abbiamo anche la nostra canzone preferita, qualche risposta in più e una sola certezza: l’amore ci salverà, quello per le cose vive del mondo, quello di prima che il diavolo si prendesse tutto.

Domanda classica: ci racconti di questo nuovo album?

Da un punto di vista prettamente musicale nasce insieme a questa band che mi accompagna da un po’ di tempo, suoniamo insieme dal 2014 – da Ballads Cafè – ci sono Andrea Pesce a cui ho affidato la produzione artistica, Alfonso Bruno, Cristiano de Fabritiis, Roberto Dell’Era. Rispetto a Nuova Gianturco è un album che ha un sapore più di band come tipo di approccio al lavoro discografico, ha questo sound più immediato. Invece dal punto di vista letterario e di scrittura dei testi ha origine da qualcosa che mi ha sempre affascinato, dalla possibilità di creare un ponte tra l’antico e il moderno. Ho trovato nella figura del diavolo un simbolo carico di suggestioni, che si sposa bene con i miei gusti di autore. E’ un personaggio che ritroviamo nelle ballate blues, nelle vecchie filastrocche folk e rappresenta bene anche l’attualità…

Quindi hai guardato alla realtà intorno per comporre ‘O diavolo?

Anche. Il diavolo è colui che divide e in questa società lacerata dalle divisioni mi è servito come pretesto per raccontare quello che accade, un narcisismo e un edonismo imperante sono quello che ci caratterizza oggi. Questa è un’epoca disordinata, distruttiva, fatta di grande dolore e allo stesso tempo di grande forza. Bene e male non sono mai stati così confusi e non c’è mai stato tanto bisogno di compiere delle scelte.

A noi questo sembra un album della maturità, qualcosa di completamente tuo, senza collaborazioni, ce lo confermi?

Ci sono dei contributi strumentali realizzati con musicisti della mia generazione, come gli artisti dell’Angelo Mai a Roma che è un luogo di confronto culturale importante al centro dell’Italia. Però l’ho scritto in solitaria in una maniera abbastanza semplice e diretta, perché volevo che le storie all’interno delle canzoni fossero autentiche, immediate e sono contento che questa versione più intimista sia arrivata a chi ha ascoltato il disco, la dimensione in cui mi sono mosso è abbastanza precisa, sa in quale direzione andare e dove arrivare.

E che cosa ascolta Francesco Di Bella?

Da sempre la musica è la mia vita, compro dischi, ascolto molto. In questo periodo sta tornando forte la voglia di fare dub e anche elettronica. E infatti ‘O diavolo è stato concepito con una sessione ritmica completamente elettronica, abbiamo suonato solo una 808, niente batteria. Per quanto riguarda gli ascolti di questo periodo apprezzo moltissimo Damon Albarn e spero che un po’ della sua influenza si avverta qua e là nell’album, mi piace il suo approccio al songwriting, all’afro beat che caratterizza il suo ultimo lavoro, in molte cose mi riconosco. Musicalmente sono diverse le ispirazioni, anche molto tarate sui cantautori americani. Sui testi invece, sembrerà strano, ma ho fatto un percorso per la costruzione dei versi in cui si sente molto l’influenza dei miei miti americani che si sono ispirati alla Bibbia, l’ho letta, ho ascoltato quello che viene definito il periodo cristiano di Bob Dylan e quindi ci sono diversi riferimenti di questo tipo nell’album.

Diciamo che stai sperimentando parecchio…

Si, mi concedo anche troppi momenti di libertà espressiva: fermatemi (ride, ndr).

Non ti manca nemmeno un po’ quell’aggressività dei 24 Grana?

La mia evoluzione è stata assolutamente naturale. Quello che mi manca dei 24 Grana è sicuramente la condivisione dei momenti sul palco, delle registrazioni in sala. Mi mancano come mancano a tanti di noi, però penso che questa svolta solista sia consequenziale ad un percorso di crescita e di maturazione, eppure questo non significa che non sarei a mio agio su un palco a replicare l’aggressività di quegli anni.

Musica e politica, è un binomio in cui si può ancora credere?

Assolutamente, la musica nutre la società e la società si nutre di musica. Le canzoni per me sono documenti del tempo in cui viviamo, c’è dentro un’analisi di quello che siamo. E funziona ancora meglio se nella musica c’è un forte senso di appartenenza. Le esperienze – non solo mie ma di tanti atri artisti – ci hanno avvicinato a quella politica capace di riconnettere il tessuto sociale. Certo oggi non c’è lo stesso fermento che esisteva negli anni ’90, periodo a cui continuo ad essere legato perché mi ha formato, ma sono sicuro che una necessità di sentirsi coinvolti ancora sia presente, c’è bisogno di crescere con la consapevolezza dei propri diritti, delle proprie libertà, condividendo valori fondamentali come quelli dell’accoglienza.

Da artista, quando guardi al presente c’è più paura o più speranza?

Se ne sono viste tantissime negli ultimi anni, stravolgimenti, cambiamenti, spirali di scontri e di gioie. Oggi non abbiamo delle belle figure intorno, ma di contro ce ne sono alcune che danno speranza, che dimostrano l’amore, e penso a Mimmo Lucano. Per fortuna esiste ancora un contraltare al diavolo – mo’ ci vuole – quindi penso che di quella esperienza dei centri sociali, dei collettivi, qualcosa sia rimasta: sono tutti questi anticorpi all’odio e alla paura, è la musica.

Maria Fioretti

Mi innamoro di tutto e questo tutto ho imparato a raccontarlo.

La mia terra è l’Irpinia, quella bella per i suoi paesaggi e quella del terremoto di cui sono nipote acquisita, il mio sisma è interno come per tanti miei coetanei. Trovare un equilibrio per me è impossibile: laureata al Dams, giornalista pubblicista, ho studiato, vissuto e lavorato a Bologna, Roma e Milano. Fino a quando un’amica mi ha detto che un cuore come il mio deve stare vicino al mare e così ho scelto quello grande di Napoli.

Forse un giorno troverò pace e pure la pensione, per adesso mi agito tra le parole e scrivo: ché è l’unica cosa che so fare bene.

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